Il Barone (e non è ancora città)

“Ecco cos’è la libertà!”.
Agata aveva voglia di strillarlo al mondo, nella gelida mattina di Febbraio in cui le fu permesso di andare a scuola da sola per la prima volta.
Camminava lungo via Baronale, incredula per la felicità: era davvero l’unica responsabile di se stessa, nessun adulto a controllare che indossasse sciarpa e cuffia o che le intimasse di evitare le pozzanghere. Qualunque cosa dovesse affrontare, dagli agguati salterini di Galgo, il levriero bianco del signor Diego, al conteggio delle monete per il panino da comprare in bottega, Agata avrebbe dovuto cavarsela da sola.
Sentiva un pizzico di paura in fondo allo stomaco, ma così ben mescolata all’eccitazione da essere quasi del tutto irriconoscibile.

Aveva appena compiuto 7 anni e conosceva bene la strada, all’incirca 15 minuti di tragitto lungo i quali avrebbe quasi certamente incontrato alcuni compagni di scuola, dettaglio questo che non rovinava minimamente la percezione della conquista fatta.
Quanto aveva dovuto insistere! Insomma, da qualche settimana era nata la sorellina strillona, quindi finalmente non era più la “piccola di casa”! Aveva diritto a un po’ di indipendenza! E non le era mai piaciuto farsi aiutare: si faceva un vanto di ogni piccola conquista, dal prepararsi la merenda al pettinarsi con le sue adorate forcine a forma di cavalluccio marino. Come se non bastasse, in paese non c’era molto traffico e lei avrebbe percorso il centro storico, dove transitavano pochissime macchine per via dei ciottoli divelti e delle “piscine del cielo”, così le chiamavano i bambini, che si formavano con la pioggia e in cui era divertentissimo saltare a piedi uniti. Infine, cosa sarebbe potuto succedere di male sotto lo sguardo del Barone De Viller, che dalle rovine del suo castello sorvegliava la via?

Riguardo il Barone i pareri di bambine e bambini erano discordanti. C’era Nicola, per esempio, che ne temeva gli occhi fiammeggianti: li aveva visti luccicare dal camminamento oltre la merlatura durante l’ultima MES – Missione Esplorativa Segretissima- al castello, avvenuta in un pomeriggio piovoso delle vacanze di Natale grazie alla collaborazione di alcuni “grandi” che, beati loro, già frequentavano le scuole medie. Va bene, Agata sapeva che non ci sarebbe dovuta andare, ma il passaggio tra le assi che sbarravano il vecchio portone le era sembrato sicuro e poi, da quando si era trasferita in paese, aveva sempre desiderato di poter sbirciare oltre le mura.
Letizia, d’altra parte, era certa che il Barone De Viller fosse stato uno spadaccino coraggioso, imbattibile e capellone, caduto vittima di un vile agguato: secondo lei il valoroso nobiluomo non avrebbe mai perso uno scontro in un duello leale, perciò i suoi avversari dovevano avergli teso un’imboscata.
Agata non si era ancora fatta un’idea su quel misterioso personaggio: curiosa com’era, aveva chiesto qualche informazione allo zio Vinicio, che era nato in paese, ma quello se n’era uscito con delle storie noiosissime su terre che si chiamavano “feudi” e matrimoni combinati con dame spagnole… niente di interessante, insomma, a parte la questione del corpo. Sembrava infatti che il Barone fosse effettivamente stato pugnalato in circostanze misteriose, ma dopo la morte il suo corpo era sparito e non era mai stato ritrovato.

La storia del fantasma ricoperto di sangue che infestava il castello e che spesso si concedeva delle passeggiate in giro per il paese era da brividi, ma quando Agata camminava lungo la via Baronale, su cui dominavano le rovine del maniero, di solito non provava alcun terrore, anzi, si sentiva come protetta da un’autorità silenziosa e imperscrutabile.

Poi però arrivò quel cupo lunedì mattina, l’ultimo del febbraio in cui aveva conquistato la libertà.

Era praticamente scappata di casa per evitare che sua sorella maggiore Nia la accompagnasse a scuola; una nebbia densa e soffocante era calata sul paese, così sua madre aveva insistito affinché venisse scortata come una poppante dell’asilo.
Agata non lo avrebbe mai permesso! Era uscita di corsa, rallentando il passo solo una volta che aveva imboccato la via Baronale: si spaventò, perché la strada era completamente immersa in un’opprimente cappa lattiginosa, e fu tentata di tornare indietro. Testardaggine e orgoglio, tuttavia, ebbero il sopravvento e Agata cominciò a camminare piano, con il palmo della mano sinistra poggiato sul muro di cinta del castello: quella stupida nebbia non l’avrebbe fatta tornare indietro, ce l’avrebbe fatta da sola!
A ogni passo, però, sentiva che un’inquietudine sconosciuta si stava impadronendo di lei.
C’era uno strano silenzio, in cui perfino i suoi passi ovattati sembravano perdersi e allontanarsi.
All’improvviso, Agata sentì delle voci. Alcune persone stavano bisbigliando delle parole che non riusciva a capire. Erano due uomini e uno, a un certo punto, sghignazzò in modo cattivo alle sue spalle: chiunque fossero, doveva averli superati.
Distrattamente aveva staccato il palmo della mano dalle mura del castello; allungò ancora le dita, ma afferrò il vuoto. Si mosse alla disperata ricerca di un appiglio, ma non lo trovò.
Il respiro si fece rapido, il cuore le rimbombava nelle orecchie. Mosse qualche passo in avanti, poi si fermò. Era spaventata, certo, ma ancor più arrabbiata per aver perso l’orientamento.
Per un istante ripensò alla felicità che aveva provato nel percorrere via Baronale da sola, la prima volta, e decise che non si sarebbe arresa così facilmente. Camminò ancora, alla cieca, poi sentì della gente, molta gente, avanzare verso di lei con passo cadenzato: era una marcia lugubre di stivali, i cui tacchi schioccavano sui ciottoli.
Evitò di respirare quando le passarono accanto e si sforzò di vedere oltre la nebbia: nessun volto le apparve, nessuna ombra.
Quando la marcia si fu allontanata, Agata decise di correre. Ascoltava i regoli colorati muoversi nella loro scatola, dentro lo zaino. E si sentì sfiorare le spalle, a destra e a sinistra, da due persone ansimanti che stavano correndo molto più velocemente di lei. Puzzavano di vino e imprecavano in quella lingua incomprensibile.
Ma fu quell’urlo, terribile e disperato, a farla cadere. Lo zaino le scivolò sulla testa e, mentre le ginocchia si sbucciavano dolorosamente sui ciottoli, le mani si tuffarono dentro quella che le parve una delle grandi “piscine del cielo” in cui lei e i suoi amici amavano saltare a piedi uniti.
I suoi amici… già, dov’erano finiti? Possibile che nessuno di loro stesse andando a scuola quella mattina? Agata se lo chiese, mentre annaspava in quell’acqua fredda senza fondo, ma poco prima che lo zaino la facesse definitivamente precipitare nella pozzanghera, si disse che forse era meglio così, non voleva che qualcuno la vedesse conciata in quel modo, inzaccherata e impaurita, bisognosa d’aiuto… ancora una stupida bambinetta.
Il tuffo nel gelo fu terribile. Agata riuscì a liberarsi dello zaino che la stava trascinando in profondità e riemerse con la testa nella nebbia. Prese fiato e provò ad aggrapparsi ai ciottoli sul bordo della pozzanghera, che però si sbriciolavano come biscotti tra le sue piccole dita. Ben presto i muscoli di gambe e braccia cominciarono a farle male, ma nel gelo che la stava stritolando, all’improvviso, sentì una lingua calda accarezzarle il viso.
Riconobbe Galgo, che saltellava intorno al fosso in cui lei stava precipitando come fosse impazzito di gioia. Se il levriero era lì, di sicuro anche il signor Diego si trovava nelle vicinanze, forse se avesse chiesto aiuto l’avrebbe sentita…
Poi, Agata vide.
Prima un baluginio fiammeggiante, in alto sopra di lei, quindi una mano.
Lunghe dita insanguinate emergevano dalla nebbia, protendendosi verso la sua testa.
Se avesse urlato per chiedere aiuto, chiunque stesse cercando di prenderla l’avrebbe individuata e afferrata.
Si sarebbe lasciata cadere, se non fosse stato per Galgo, che continuava a leccarle la faccia e a saltellare tutto intorno, in una danza forsennata.
Con le poche forze che le erano rimaste, Agata strillò.
“Aiuto. Ho bisogno d’aiuto”.

Una mano, forte e rugosa, la sollevò come fosse senza peso.
La nebbia era scomparsa, ma pioveva a dirotto. Il signor Diego la aiutò ad alzarsi dalla grande pozzanghera in cui era caduta, mentre Galgo, finalmente, uggiolava felice.
-Cosa ti è capitato, signorina?- chiese l’uomo asciugandole le guance con un fazzoletto morbido e vellutato. Aveva un volto buono, incorniciato da una nuvola di capelli bianchi.
Agata non sapeva cosa dire. Le sembrava di essersi appena svegliata da un incubo.
Si sentì chiamare e riconobbe la voce di sua sorella Nia, che aprì la cortina di pioggia facendosi strada con un grande ombrello.
-Santo cielo, cosa ti è successo?!?- strillò guardandola dalla testa ai piedi.
Agata aveva le ginocchia sanguinanti, le mani graffiate ed era completamente fradicia.
-Sono caduta- riuscì a dire, -Ma per fortuna il signor Diego mi ha aiutata-.
-Chi???- fece Nia.
-Il signor Diego… e Galgo…-.
Si voltò verso i suoi salvatori.
Erano scomparsi.

Dopo quella disavventura, Agata buscò un brutto raffreddore e trascorse qualche giorno a casa. Era stranamente silenziosa e i suoi genitori pensarono che l’umore tetro fosse dovuto in parte alla febbre e in parte all’orgoglio ferito. La verità era che Agata non riusciva a spiegarsi tutta la faccenda della nebbia e della pozzanghera senza fondo, ma soprattutto non si capacitava del fatto che nessuno dei suoi familiari conoscesse il signor Diego e il suo cane Galgo. Quante volte li avevano incrociati in via Baronale, quando ancora la accompagnavano a scuola?
Sua madre le aveva assicurato che si sarebbe informata circa il signore che si era prodigato ad aiutarla: dopotutto la famiglia si era trasferita in paese da pochi mesi ed era possibile che nessuno, a parte lei, avesse notato il gentile Diego e il suo cane salterino.

Nel primo giorno senza febbre Agata ricevette la visita dello zio Vinicio, che si presentò in cameretta con un’espressione soddisfatta sul volto.
-Nella biblioteca del bisnonno Erminio ho trovato un libro sulla storia del nostro piccolo paese- annunciò, -E sappi che ci sono alcuni capitoli dedicati al Barone De Viller… era un uomo interessante e sai, credo che la tua amica Letizia avesse ragione sul fatto dell’imboscata. Se solo il Barone fosse stato meno orgoglioso, si sarebbe fatto aiutare… chissà, probabilmente era convinto di sconfiggere gli avversari grazie alla sua grande maestria nella spada… ah, ma devo tenere a freno la lingua, ho già detto troppo. Sono sicuro che la storia ti piacerà, è piena di intrighi… anche un po’ sanguinaria, perciò non dire niente a tua madre. Quando ti sentirai meglio, sei invitata a venire a casa per leggerla insieme ai tuoi cugini!-.
Agata protestò. Voleva avere qualche altro dettaglio, ma lo zio fu irremovibile. Un regalo, però, lo aveva portato alla sua nipotina raffreddata: la fotocopia del ritratto del Barone De Viller.
Ancora una volta Letizia ci aveva visto giusto, era un gran capellone, elegante e slanciato. Al suo fianco, altrettanto elegante, c’era un bel levriero bianco.
Sotto il ritratto era scritto: El barón Juan Diego De Viller y su galgo español – Il Barone Juan Diego De Viller e il suo levriero spagnolo.

Finalmente la nebbia cominciò a diradarsi dai ricordi di Agata, così come, qualche giorno prima, si era diradata dalla via Baronale.

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Un piccolo posto sicuro

Lo avevano costruito giorno dopo giorno, senza accorgersene.

Stava in una vecchia palazzina del quartiere Villanova, a Cagliari, uno dei pochi immobili  quasi del tutto fatiscenti che ancora non erano stati venduti, ristrutturati e trasformati in deliziosi appartamenti destinati a nuovi inizi.

La Storia, nel loro piccolo posto sicuro, era impolverata, stratificata, ma ancora evidente: giorno dopo giorno lottava per non sfaldarsi insieme agli affreschi dell’atrio, levigata e incurvata verso se stessa, come i gradini di marmo bianco che Istevene e Celine salivano e scendevano nel tentativo di costruire le loro vite, fatte di poche certezze e una miriade di domande.

Per alcuni mesi avevano vissuto nella palazzina percependo a mala pena la presenza l’una dell’altro. Era stato il signor Rais a metterli in contatto, quando si era presentato il problema dell’impianto elettrico e della spesa esorbitante da affrontare, e così avevano iniziato a scambiarsi dei messaggi, scherzando sul fatto che, pur abitando lo stesso antiquato mondo senza ascensore, se si fossero incontrati “fuori” non si sarebbero riconosciuti.

Quando finalmente si erano incrociati sulle scale, in una giornata flagellata da maestrale e nubifragi intermittenti, con scarpe e vestiti inzaccherati e capelli appiccicati alla fronte, erano scoppiati a ridere e basta. Nemmeno una sillaba. Avrebbero parlato dopo. E a lungo.

La maggior parte delle volte, quali che fossero le condizioni metereologiche, si incontravano sulla terrazza; nessun altro si avventurava fin lassù, un po’ per le scale troppo ripide, un po’ perché il pavimento-tetto scricchiolava a ogni passo. “Ci franerete in testa, prima o poi!” li ammonivano i signori Marras del primo piano, mentre il signor Rais, al secondo, si dichiarava fatalista: se era scritto che la sua vita finisse sotto un cumulo di macerie, non avrebbe potuto fare niente per evitarlo.

Terzo e quarto piano erano occupati rispettivamente da Istevene e Celine, quasi trentenni al primo impiego che consentiva loro di pagarsi un affitto, conveniente solo per le pessime condizioni dell’immobile; i lavori di entrambi, ovviamente, erano a tempo determinato, ma della precarietà i due non parlavano mai, quasi fosse una condizione normale, un pegno da pagare in attesa di qualcos’altro. Il mestiere per cui avevano studiato, magari, aspirazioni e sogni che tenevano insieme il loro essere, in perenne tensione, pronto a quello slancio per cui stavano accumulando ogni energia possibile.

Intanto, però, vivevano.

Nel tempo che trascorrevano insieme non c’era spazio per la quotidianità, per quell’esistenza che era reale e tuttavia provvisoria. C’erano solo loro, a raccontarsi, affacciati sul mondo dalla loro palazzina decadente: segnata da vite passate, nascosta in un vicolo, ma con una visuale privilegiata sulla bellezza della piazza sottostante, sui concerti nel Chiostro di San Domenico, sugli incontri letterari all’ombra delle piante sempreverdi, sui riflessi delle luminarie di Natale nei piccoli balconi in ferro battuto. Da lassù, Istevene e Celine potevano godere del meraviglioso e trovare riparo dal “vero”.

La bellezza di Celine, le cui origini marocchine rilucevano sulla pelle e sui capelli, stava nella capacità di intessere storie. Che fosse un episodio della sua infanzia, il racconto dell’amore tenero e rivoluzionario dei suoi nonni a Rabat o la trama di un libro che aveva letto, Celine sapeva narrare, mescolando sempre qualcosa di intimo e segreto alle parole. Una speranza, un rimpianto, un’idea.

Istevene si divertiva a indovinare quel tocco, ogni volta. Sapeva ascoltare e possedeva il dono della pazienza, ereditato da sua madre insieme ai grandi occhi verdi e indagatori. Non si affrettava a condividere, ma attendeva il momento giusto per esprimere pensieri che difficilmente qualcuno avrebbe potuto scalfire. Era testardo, duro a tratti, ma si pentiva costantemente delle sue asperità.

Così erano Celine e Istevene sulla terrazza, nel piccolo luogo sicuro in cui ora dopo ora, parola dopo parola, la loro maschera aveva finito per sbriciolarsi. Erano a casa, su uno sgangherato divano ereditato dai precedenti inquilini dell’ultimo piano, con in bocca il sapore del vino, di qualche sigaretta che li faceva sentire ancora liceali e del gelato ai fichi neri di Chia.

Lassù lei gli aveva raccontato che, nonostante fosse nata in un piccolo paese della Gallura, certi sguardi erano ancora capaci di farla sentire un’estranea. Lassù lui le aveva rivelato che, dopo gli studi, era rimasto in Sardegna per poter stare vicino a un fratello minore in difficoltà.

Quando il signor Rais fece loro la fatidica domanda, “State insieme?”, Istevene e Celine negarono convintamente. Stavano tornando dalla spesa al mercatino rionale e avevano incrociato nell’atrio quel pensionato dal volto bonario, con lo sguardo penetrante che sapeva vedere lontano. In quei mesi avevano avuto delle storie, Istevene e Celine, anche se finite male, e quindi no, no che non stavano insieme. Avevano salutato il signor Rais ed erano saliti per le scale piano, pianissimo. Sulla porta di Istevene si erano baciati. A casa di Celine avevano fatto l’amore.

Non ebbero il tempo di chiedersi cosa avrebbe significato per loro.

Il giorno successivo la vecchia palazzina venne evacuata dai Vigili del Fuoco, allertati quella stessa notte dai signori Marras: l’immobile rischiava di crollare, di sbriciolarsi su di loro da un momento all’altro.

Il “vero”, crudele e ineluttabile, alla fine aveva scovato anche Istevene e Celine.

Si ritrovarono, increduli, nella piazza che tante volte avevano osservato dalla terrazza. Alle  loro spalle stavano scatoloni e bauli che sarebbero finiti chissà dove, mentre nella loro testa risuonava una sola domanda: si sarebbero riconosciuti lì fuori?

Si abbracciarono a lungo, in quella mattina d’inverno tersa e gelida, mentre su una panchina poco lontano il signor Rais pensò di averci visto giusto fin da subito.

Sperò che Istevene e Celine, col tempo, riuscissero a capire di aver costruito il loro piccolo posto sicuro l’uno nell’altra e non tra le crepe di quella fatiscente palazzina di Villanova sulle cui pareti si era appena poggiata, lievemente, l’ultima storia.

Scorre il fiume

Avevamo fatto un patto, io e Gaia.

Se volevo esserle amica, non dovevo chiamarla “signora Gaia”. -Ogni volta è come se mi stessi allontanando da te!- diceva, -Non c’entra niente la vecchiaia, eh. Vecchia son vecchia!-.

E giù a ridere.

Abitava al piano terra della stessa palazzina di cui io occupavo la mansarda, nel quartiere Castello. Le finestre si affacciavano su un vicolo stretto, pavimentato di ciottoli sopra i quali era impossibile camminare con i tacchi.

Eravamo diventate amiche così: tornavo da un concerto a notte fonda e ho preso una storta. Mi sono trascinata fino al portone imprecando e lei è comparsa nell’atrio in vestaglia e mi ha soccorsa. Mi ha fatto entrare a casa sua e, nonostante le mie proteste un po’ brille, mi ha piazzato una borsa del ghiaccio sulla caviglia e mi ha offerto una deliziosa tisana col miele.

Non ricordo molto altro; quella notte soffiava un vento gelido e ululante a Cagliari, ma nel salotto di Gaia mi sono sentita subito al sicuro. Mi sono svegliata l’indomani mattina, convinta di essere nel mio letto fino a che alle narici non è arrivato il profumo di uova e bacon.

-Ogni tanto me le concedo- confessò, -Alla faccia del buon dottor Gorasson!-.

Gaia, così immaginai dopo averla conosciuta un po’ meglio, aveva avuto una vita molto avventurosa. Negli anni ’70 aveva lavorato come interprete e lettrice di italiano in America e  in Inghilterra e a Londra si era fatta una famiglia. Non ne parlava spesso e sospettavo che a un certo punto fosse accaduta qualche tragedia che l’aveva riportata a Cagliari, sua città natale.

Perché Gaia, contrariamente a molte persone della sua età, non amava ricordare e condividere il passato. Piuttosto ascoltava il mio presente: le raccontavo le sciocchezze della mia sgangherata esistenza e lei reagiva come una lettrice che divorava le pagine di un libro zeppo di colpi di scena. E si che quella vita, a me, pareva immobile e stagnante. Mi dimenavo tra studio e lavoretti di ogni tipo, amicizie e amori improbabili, uno su tutti per un ragazzo che di me non aveva capito niente. Ci inseguivamo, ci avvicinavamo e poi ci detestavamo, delusi l’uno dall’altra.

Insomma, in fatto di sentimenti non ci capivo un tubo nemmeno io.

Gaia si divertiva molto quando pronunciavo queste “sentenze”, così le chiamava. Diceva che dovevo imparare a lasciar scorrere il fiume. Io però sentivo l’acqua alla gola.

Avevamo preso l’abitudine di passeggiare per le strade di Castello quasi ogni sera. Nella bella stagione ci fermavamo davanti alla cattedrale di Santa Maria e aspettavamo di scoprire quale sfumatura il tramonto avrebbe dipinto sulla facciata candida; d’inverno, invece, prendevamo il tè in una delle graziose caffetterie del quartiere, dalle cui finestre si poteva dominare la città. All’inizio temevo che quell’impegno avrebbe  finito col togliermi del tempo prezioso, che avrei dovuto dedicare a chissà cos’altro; ben presto, però, mi accorsi che l’appuntamento con Gaia arricchiva la mia giornata, perché mi faceva sentire più centrata sui piccoli obbiettivi quotidiani, che fossero fare la spesa dal fruttivendolo o finire di leggere una dispensa di glottologia.

-Ma tu cosa vuoi davvero?- mi chiese un giorno.

Non lo sapevo e lei lo aveva capito. Mi stavo nascondendo nella piccola mansarda in cui, mi svelò, anche lei aveva vissuto quando era più giovane.

Conobbi l’ineffabile dottor Gorasson alla festa di Carnevale del centro culturale di quartiere: gli occhi azzurri più belli che ancora oggi possa dire di aver incrociato sulla mia strada. Grandi e venati di verde, su zigomi alti e fieri, un uomo del nord Europa che era approdato, chissà come, al centro del Mediterraneo.

Quando lo vidi chiedere a Gaia di ballare, pensai che da ragazzo doveva essere stato desiderato da molte e molti. Lui, così alto e prestante, portava lei, piccola e morbida, con una grazia rara. Li trovai bellissimi, di un’eleganza antica e potente.

-Sto per andare in pensione- mi rivelò mentre assaporava un bicchierino di acquavite, -Gaia dice che non lo farò mai davvero, ma ormai ci siamo quasi-. La guardò da lontano, mentre distribuiva zeppole e frappe ai presenti, il vestito blu e una nuvola di capelli bianchi, su cui spiccavano gli orecchini di corallo. Li portava sempre.

Il dottor Gorasson sospirò.

Ricordo quegli anni come lenti e pieni. Sentivo che Gaia ci sarebbe sempre stata per me.

Mi avrebbe trascinata alle sue improbabili feste, d’estate ci saremmo godute vecchi film nei cinema all’aperto e avremmo fatto le nostre consuete passeggiate. Lei mi avrebbe ascoltata, mentre le mie parole si sarebbero poggiate sugli edifici del quartiere o si sarebbero involate dai Bastioni, promemoria e ricordo del nostro passaggio, della leggerezza con cui sapeva sciogliere i miei dubbi.

Col tempo mi sono convinta che  allora Gaia  stesse  creando la sua eredità per me. Quando morì, il dottor Gorasson mi rivelò di averla conosciuta in Inghilterra,  il giorno in cui aveva perso marito e figlia in un incidente stradale. Lui, un tirocinante di pronto soccorso poco più che ventenne, l’aveva amata subito, non gli  sarebbe importato della differenza d’età.

Gaia però decise di scappare via. Tornò in Sardegna, dove il suo viaggio era iniziato.

-Ho resistito un anno lontano da lei- mi confessò il dottore. Dopo il funerale di Gaia, l’avevo invitato a salire a casa; avevamo bisogno di bere qualcosa e sapevamo di poter trovare un briciolo di consolazione l’una nell’altro.

-Siamo stati amanti, in questa mansarda- sussurrò guardandosi intorno,  -Gaia disse che non avrebbe mai potuto sposarmi e, d’altra parte, nemmeno avrebbe potuto evitare di amarmi. Di quell’amore terribile e disperato-.

Pianse in silenzio e io mi sentii una stupida.

Sono partita per l’Inghilterra quasi un anno fa. Faccio lo stesso lavoro di Gaia. Oggi il dottor Gorasson mi ha scritto che la nostra mansarda è stata affittata a una nuova, incasinatissima studentessa universitaria.

Qualcuno, inaspettatamente, mi ha seguita fin qui. E io lascio scorrere il fiume.

Risvegli (e non è ancora città)

È uno dei ricordi più vividi della mia infanzia.

Abitavo con la mia famiglia a V., ameno paesino al centro del Campidano, e ancora non mi ero abituata alla routine della scuola. Frequentavo la 1^ elementare e mi mancavano le mattine di bambina libera, in giardino, presa dai miei giochi, dalla bicicletta e da E., la sorellina nata da meno di un anno.

Era la fine di un gennaio freddissimo, un susseguirsi di giornate corte, grigie e immobili, che mi facevano rimpiangere il Natale, con il suo tempo dilatato, le canzoni e le storie speciali, ricolme di speranza.

Insomma, alzarsi dal letto per andare a scuola, in quel gennaio, non era affatto facile.

Mi svegliavo e sbirciavo il colore della luce che attraversava le persiane: ghiaccio? Acciaio? Piombo? Mi raggomitolavo nelle lenzuola in flanella, tra rose e pois, in attesa della voce di mia madre che mi  avrebbe chiamata per colazione; cercavo di non pensare alla tristezza che mi avrebbe provocato vedere nel camino, spolverate di cenere, le braci del fuoco allegro e scoppiettante che avevo salutato prima di andare a dormire.

Se la sorellina fosse stata di buon umore, ci sarebbe stato silenzio in casa, perché il papà e S., la sorella maggiore, viaggiavano ogni mattina e partivano in treno molto presto verso Cagliari, altrimenti E. mi avrebbe salutata a suon di strilli e gridolini, non prima di avermi tirato qualche ciocca di capelli quando mi fossi avvicinata per stamparle un bacio sulle guance. Lo faceva sempre, ma per una tale morbidezza vellutata ne valeva la pena… e io ero fin troppo sentimentale.

Quella mattina, però, il risveglio mi sembrò diverso fin da subito.

In lontananza sentivo delle voci allegre e concitate, come attutite da un ostacolo invisibile, che percepivo tangibile tutto intorno a me: mi abbracciava in un modo che non capivo e non sapevo spiegarmi. Emersi dalla trapunta, curiosa di scoprire il colore della luce: tra le stecche di legno riuscivo a intravedere solo un bagliore lattiginoso, così mi dissi che non stava piovendo. Almeno non avrei dovuto fare il tragitto per la scuola con l’ombrello!

Ebbi appena il tempo di rituffarmi sotto le coperte, che mia madre aprì la porta spronandomi ad abbandonare il letto. In quel momento, dallo spiraglio, riuscii a distinguere la voce di S. e di papà. Come era possibile? Era domenica e me ne ero dimenticata?

Mia madre rise. Mi disse solo di sbrigarmi, perché c’era una sorpresa che mi stava aspettando in cucina. Mi sarei pentita di perdere ancora tempo a poltrire sotto le coperte.

La curiosità, mamma lo sapeva bene, si impadroniva di ogni fibra del mio essere in modo molto repentino e lei si divertiva a risvegliarla. Io non volevo mai perdermi niente, tanto meno pentirmi.

Balzai fuori dal letto come un pupazzo a molla, infilai le pantofole con fantasia scottish, la vestaglia blu con ricamo trapuntato floreale e corsi in cucina. Ricordo i profumi della colazione e la luce, incredibilmente bianca. E papà e S. che mi guardavano, come se si aspettassero di vedermi prendere il volo o fare qualcosa di altrettanto assurdo, proprio lì davanti a loro.

Non capivo. Mia madre mi mise una mano sulla spalla e mi accompagno verso la porta-finestra, che si affacciava su una parte del giardino.

Non era vero. Non poteva essere vero!

Era come un disegno che avevo visto sul sussidiario.

Neve.

Uno strato spesso e compatto ricopriva le piante di limone e di arancio e piegava i rami spogli delle rose. Quel giardino mi apparteneva, sotto quegli alberi avevo vissuto avventure inenarrabili e ora il mio regno era stato conquistato da una Regina candida e silenziosa, che aveva approfittato della notte per stendere il suo manto sulle mie terre.

Non saprei dire se strillai o mi misi a saltare per la gioia e l’incredulità, ho come delle fotografie impresse nelle mente e alcuni stralci di frasi, voci che mi raccontavano per l’ennesima volta della nevicata eccezionale che aveva accompagnato la mia nascita, in Liguria. Ricordo mio padre che beveva il caffè, una scena che vedevo solo la domenica, e S. super felice per non essere potuta andare a scuola: si scaldava le dita infilandole nelle maniche di un maglione nero decorato con rose fucsia, quei maglioncioni giganti che si usavano negli anni ’80 sopra i fuseaux.

Ricordo mia madre con la piccola E. in braccio, davanti alla finestra: una manina paffuta si era fatta spazio tra le pieghe della copertina giallo canarino a quadri e si allungava verso il vetro, come a voler afferrare almeno uno di quella miriade di fiocchi di neve che cadevano dal cielo.

Non riuscii a fare colazione, ingollare il caffellatte mi sembrava davvero troppo arduo.

Mi imbacuccarono in un modo che ritenni eccessivo solo fino a che non uscii in giardino ed ebbi il mio primo respiro di neve.

Un passo. Lo scarponcino affondava a meraviglia, compattando sotto e intorno al piede quella meraviglia gelata e consistente. Un altro passo, come se non sapessi camminare.

Tutto intorno vedevo fioccare così abbondante che quasi le case dei vicini sparivano alla vista. Come poteva essere così silenziosa, una tempesta? Comprimere le orecchie, nascondere voci e risate?

Mi sarei divertita tanto durante la giornata, ma in quel momento, davanti a me, vedevo la pagina bianca, lo spazio e il tempo su cui gli scarponcini avrebbero lasciato le impronte, e pregustavo tutto, immaginando ciò che avrei fatto.

Allora non sapevo che quella manciata di minuti, più che i giochi, le battaglie a palle di neve o lo snowman costruito con mio zio, sarebbe rimasta tra i miei ricordi più preziosi di bambina: l’inizio di un’avventura da vivere, proprio lì, nella mia quotidianità ammantata di una magia inattesa, bianca e luminosa.

Il cortile e la lavanderia (Brita con la slitta) di Carl Larsson
1890 -1899

In volo

Sa Meri legò il fazzoletto color vinaccia sotto il mento e si rimirò nel frammento di specchio.
Lo usava solo una volta all’anno, in quella notte in cui il viaggio era tanto importante e atteso, e sempre si giudicava bella, nel modo in cui lei sola sapeva esserlo, ruvidamente scolpita e possente. Nel grande focolare ribolliva la minestra di verdure e legumi che avrebbe consumato al suo ritorno: la pentola di ghisa gorgogliava allegramente, quasi invitandola a sedere lì accanto, al caldo, mentre Pardu, muccittu serafico e silente, la fissava con uno sguardo che lasciava poco spazio alle interpretazioni.
Doveva partire.
Le era già capitato di volare con la neve e sapeva che, quando si fosse avvicinata al mare, sarebbe stata investita dal vento, ma come sempre avrebbe affrontato le sfide una dopo l’altra, manovrando il mezzo con l’abilità consueta. Mentre assicurava il carico alla coda, provò a ricordare le missioni più pericolose che aveva vissuto, ma chissà perché quel passato le parve nebbioso, come fosse stato la storia di qualcun’altra.
Schiarì la voce roca e imprecò.
Era stato un anno difficile, lo aveva sentito giorno dopo giorno nei pensieri di buoni e cattivi; pian piano era montata un’onda spaventosa e roboante, di rabbia, afflizione ed egoismo, e tutto era irrimediabilmente mescolato, come nel calderone della sua minestra. In quel fastidioso borbottio era difficile distinguere le parole di bambine e bambini, che pure lottavano per farsi sentire. Sa Meri, finalmente, lo ammise con se stessa: non si era mai sentita più stanca e disillusa, ma avrebbe volato per chiunque avesse creduto anche solo in un pizzico del suo mondo, dai gentili ai briganti, perché anche il carbone più nero sarebbe stato un segno della sua presenza, del suo sguardo su tutti loro.
Aprì la porta e la dimora di pietra tremò per il freddo, l’aria era leggera e argentina, così come la luna che la salutò con il suo sorriso sghimbescio.
Sa Meri si sollevò lentamente sul manto di neve che ricopriva il paesaggio circostante e attraversò il cielo terso, immobile.
Dalle montagne ghiacciate al centro dell’Isola, fino alle coste e oltre, avrebbe volato, portando in dono al mondo la sua storia preziosa, per poi tornare lì, davanti al fuoco, dove Pardu l’avrebbe accolta, pronto ad ascoltare con lei lo scorrere di un nuovo anno.

Buona Epifania.
L.

Di rondini e campane

NdA: Per Natale avevo deciso di scrivere un racconto ispirato alla canzone “Carol of the Bells”, uno dei canti delle feste che preferisco. Non avrei mai immaginato che le mie ricerche mi avrebbero portata a cambiare “percorso”: dall’Ucraina negli anni della Grande Guerra a Home alone – Mamma ho perso l’aereo del 1990, i tempi si sono allungati, ma spero vi faccia piacere leggere dell’incredibile viaggio nel tempo (con licenza poetica) di una melodia antica, che è arrivata alle soglie del 2021 con un numero infinito di cover realizzate dagli artisti più disparati. Per me, quella manciata di note ha qualcosa di magico… e un po’ di magia, per l’inizio del nuovo anno, ci vuole davvero. L.

***

Kiev, Dicembre 1916

– Myko? -.

Mykola Leontovych trasalì. Non aveva sentito Claudia entrare nella stanza  e quando sollevò la testa dallo scrittoio e si voltò a guardarla, capì dall’espressione del suo volto quanto fosse tardi.

– Mi hai chiamato per cena e non sono sceso, vero?- chiese.

– No, infatti, e Halyna c’è rimasta molto male. Voleva farti leggere il compito di storia prima di andare a dormire -, lo rimproverò Claudia cullando la loro secondogenita, -Domani mattina non  saltare la colazione, mi raccomando. Vedrai che ti perdonerà, è così fiera di te-.

Myko annuì. Si alzò dalla  sedia con lo slancio di chi non vedeva l’ora di stringere tra le braccia sua moglie e la sua bimba, un batuffolo morbido che articolava in continuazione gridolini acuti; sentì la schiena scricchiolare e si avvicinò più lentamente di quanto desiderasse.

– Il tuo papà è un vecchietto ormai…- rise Claudia vedendo la smorfia di dolore dipinta sul volto di  Myko.

– Ah, non è vero…- cantilenò lui prendendo la piccola Yevheniya e cullandola a passo di danza, – È solo che sono seduto su quella sedia da stamattina…-.

-E adesso hai l’occasione di sgranchirti un po’ le gambe, perché devi occuparti della bambina- aggiunse Claudia, – Io devo correggere i compiti di matematica dei miei studenti. Domani è l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze e…-.

-Aspetta, anche io devo finire…-; Mykola Leontovych tacque, perché sul volto di sua moglie era comparso uno sguardo speciale. Lo sguardo che non ammetteva repliche.

-Va bene, va bene… io e Yevheniya ce la caveremo benissimo da soli- disse Myko accomodandosi sul consunto sgabello davanti al pianoforte Wernam, -Vorrà dire che se il concerto sarà un fiasco…-.

-Vecchietto e lagnoso!- rise Claudia sistemando la cuffia della piccola Yevheniya e  mettendole in mano il suo sonaglio d’argento preferito.

-Temo che sarà un disastro- sospirò Myko, – Olek è stato molto chiaro. Vuole un brano che ricordi la nostra tradizione musicale, che sia solenne e di buon augurio per il futuro… ah, il futuro. Niente di più incerto,  per il nostro paese in particolare-.

Claudia lo guardò dolcemente: -Capisco le richieste di Olek, sai? Sono tempi bui e desidera che il coro degli studenti, all’Università, infonda  un po’ di speranza in tutti noi durante il concerto-.

– Lo vorrei anch’io, ma non credo di riuscire nell’impresa. Nelle antologie di musica popolare ho trovato qualche melodia interessante a cui ispirarmi, però…-; le parole gli si fermarono in gola. Non sapeva nemmeno lui cosa non lo convincesse nelle note e nei versi che aveva abbozzato nei giorni precedenti.

– Mykola Leontovych!- lo riproverò sua moglie, -Non lo starai facendo di nuovo, vero? Quando arrivi quasi alla fine di un lavoro ti fai prendere da mille dubbi e ti ritrovi a mandare tutto all’aria e ricominciare da capo! -.

-Hai ragione Claudia- ammise Myko, – È che mi sento responsabile per Olek. Questo concerto potrebbe aiutarlo a realizzare il suo sogno… il Coro della Repubblica Ucraina! Non sarebbe bello se gli conferissero ufficialmente l’incarico di formarlo?-.

-Sarà fantastico, l’orgoglio del nostro paese e della nostra musica. Sono sicura che andrà tutto per il meglio, lo sento!- lo incoraggiò Claudia attizzando il fuoco nel caminetto, -E  prometto che domani ascolterò le tue bozze-, aggiunse, anticipando la richiesta di Myko. -Domani, giuro. Con la fine della scuola sarò più libera, almeno per qualche settimana-. Claudia osservò le fiamme che languivano nel focolare: -Così va meglio, non credi?- chiese.

Myko le sorrise. La guardò uscire dalla stanza con piglio sicuro e seppe che, come sempre, sua moglie non aveva il minimo dubbio sul fatto che sarebbe riuscito a “trovare la musica”, così gli diceva sempre.

Prese dallo scrittoio una delle raccolte di canzoni popolari ucraine su cui stava facendo delle ricerche e tornò a sedere al pianoforte, con Yevheniya che lo fissava, rasserenata dal suo abbraccio e felice di potergli tirare la corta barba bionda spruzzata d’argento.

Myko provò al piano qualche accordo e cantò alcuni dei versi che aveva composto. Gradevoli, certo. Sarebbero  senz’altro piaciuti al pubblico, ma dopo qualche tempo nessuno li avrebbe ricordati. E Mykola Leontovych sentiva che stavolta la sua musica  avrebbe dovuto avere un destino diverso. Non era solo per sé, per Olek o per il Coro  della Repubblica Ucraina. Aveva come un presentimento:  il canto che stava cercando avrebbe attraversato la sua vita e quella di molti altri. Sfogliò il libro e suonò ancora.

– Credo che passeremo qui tutta la notte, mia piccola Yevheniya – sussurrò. La bambina sembrò tutt’altro che turbata dalla notizia.

Myko ripercorse ancora una volta le pagine su cui aveva lasciato un segno e si fermò a un brano che lo aveva incuriosito. Era una melodia apparentemente semplice, che si basava su un “ostinato” di quattro note: le intonò e Yevheniya rise. Uno squittio delizioso, accompagnato da uno di quei piccoli scossoni che percorrono i neonati all’improvviso, cogliendo di sorpresa i genitori inesperti.

-Piano piccolina…- rise Myko, -Ti piace questa musica?-.

Quattro note, ripetute due, tre, quattro volte. La bimba rise ancora, agitando il suo sonaglio d’argento.

Era come se Yevheniya avesse scoperto la musica per la prima volta in quel preciso istante e più Myko ripeteva le note, più lei sembrava felice, con quel suo sonaglio che tintinnava allegro.

-Sembri un uccellino nel nido, piccolina mia…- sussurrò Mykola Leontovych, -…che aspetta ansiosa il ritorno della sua mamma e del suo papà-.

Chissà perché a Myko vennero le lacrime agli occhi, mentre con una mano continuava a ripetere quelle quattro note sui tasti del vecchio Wernam e con l’altra reggeva la sua Yevheniya, nata in giorni di Guerra: quella civile che attanagliava l’Ucraina e quella mondiale che presto avrebbe insanguinato tutti i continenti.

Quattro note, su cui costruire l’attesa e la speranza. L’augurio di un futuro sereno in tempi difficili, in cui una melodia semplice scalda un cuore indurito dal gelo.

– Ricordati, piccolina…- sussurrò Myko, -Ricordati della bellezza e dei doni che la vita ti farà, uccellino mio-.

Mykola Leontovych si mise al lavoro. Mentre la neve fioccava copiosa sui tetti di Kiev, lui scrisse la storia di una rondinella che sfidava coraggiosamente il gelo dell’inverno, per annunciare che presto la primavera sarebbe arrivata e sarebbe stata carica di doni e sorprese.

Per un po’  Yevheniya rimase sveglia ad ascoltare suo padre suonare e cantare, accompagnando la musica con il lieve trillo della campanella nel suo sonaglino d’argento.

Quindi, piano piano, si addormentò.

***

New York, Carnagie Hall. Ottobre 1926

– Sono contenta di essere venuta, sai Pete? Avevo paura di annoiarmi e invece…-.

-Ti avevo detto che sarebbe stato interessante, Anastasia. Sono pur sempre le nostre origini! Forse non lo sai, ma il tuo bis-bis-bisnonno è venuto in America dall’Ucraina tanto tempo fa e…-.

Le luci nell’Isaac Stern Auditorium si abbassarono, segno che il concerto del Coro Nazionale Ucraino stava per ricominciare; Peter Wilhousky guardò di sottecchi la sorellina e le sorrise:

-Per stavolta ti sei risparmiata la storia della famiglia, ma sappi che la musica dell’Ucraina scorre anche nelle tue vene. È stato proprio ascoltando le canzoni popolari della nostra terra che ho scelto di studiare per diventare musicista e direttore di coro. Ero poco più grande di te, allora-.

-Lo so, lo so…- sorrise Anastasia, – E comunque ti ringrazio immensamente per avermi portata alla Carnagie con te. Sono sicura che un giorno anch’io suonerò qui-.

Peter non aveva alcun dubbio circa il talento musicale di sua sorella e, mentre la sala si faceva quasi completamente buia, si sentì molto fiero di essere lì, insieme a lei e a tante donne e uomini con cui senza dubbio condivideva le origini. Non appena aveva saputo che il tour mondiale del Coro Nazionale Ucraino avrebbe fatto tappa a New York, aveva preso i biglietti per sé e per Anastasia, convinto che quella musica avrebbe avuto un significato particolare anche per lei, che al momento impazziva per il “fascinating rhythm”  di George Gershwin.

Nel silenzio carico di tensione condivisa che sempre precede l’inizio di un concerto, il coro intonò la composizione intitolata “Shchedryk”, “Generoso”, un canto beneaugurante, che celebrava l’inizio del nuovo anno e aveva come protagonista una rondine. Peter sapeva che era stato scritto da Mykola Leontovych, uno dei più  grandi compositori e direttori di coro ucraini dell’epoca, e si rammaricò al pensiero che, appena qualche anno prima, fosse stato assassinato da un’agente sovietico, in quanto sostenitore dell’indipendenza dell’Ucraina dall’URSS.

Ascoltò rapito la melodia, un “ostinato” che gli ricordò i pomeriggi della sua infanzia trascorsi a casa dei nonni; la rondine annunciava la primavera e tutti i doni che avrebbe portato, ma, chissà perché, a Peter sembrava che a quella canzone mancasse qualcosa.

La adorava, certo, con quelle quattro note che si ripetevano all’infinito, crescevano e si intrecciavano alle voci, ma c’era qualcosa di misterioso e solenne, l’attesa di un segno, che sentiva nella melodia, ma non riusciva a trovare nelle parole.

“È un canto per il nuovo anno, la piccola rondine volò”.

Più tardi, quella sera, mentre percorreva la 7th Avenue insieme a sua sorella, Peter maturò l’idea che quella canzone potesse raccontare qualcosa di diverso rispetto a quanto aveva sentito. Cosa, di preciso, non avrebbe ancora saputo dirlo.

-Ti senti bene Pete?- chiese Anastasia, -Sei stranamente silenzioso da quando siamo usciti dalla Carnagie Hall…-.

-Ti chiedo scusa… è per quella melodia- si giustificò lui, -L’hanno suonata subito dopo l’intervallo. Credo di averla già sentita da piccolo, ma…-.

-Dici quella che sembrava una canzone di Natale? Con le campanelle e tutto il resto?- fece la bambina.

Peter si fermò sul marciapiede. Natale e campanelle.

-Come fai a dire che si trattava di una canzone di Natale?- chiese stupito.

-In effetti non lo so. Non capisco niente di ucraino, ma ho subito pensato alla sera della Vigilia e al trillo delle campane la mattina di Natale-; Anastasia guardò Peter, che la fissava a bocca aperta. -A un certo punto ho quasi creduto di sentirle, le campanelle. Tu no?-.

-Ora che mi ci fai pensare…- mormorò lui.

-Forse è meglio prendere un taxi per tornare a casa… c’è freddo stasera e tu non mi sembri particolarmente in forma-; Anastasia si sporse sul marciapiede per sbirciare nel traffico e Peter Wilhousky scoppiò a ridere. Il vento dell’autunno gli fece vorticare intorno una miriade di foglie secche, mentre saliva sul taxi che lo avrebbe riportato a casa.

Campanelle. Il loro suono riempiva l’aria gelata di quell’autunno che già preannunciava l’inverno.

E il Natale.

***

Chicago, Dicembre 1947

Minna Louise sistemò il colletto della camicetta per la milionesima volta quella mattina.

Ci teneva a essere in ordine, ma l’irrequietezza che le impediva di stare ferma non era dovuta alla preoccupazione per il suo aspetto.

Minna Louse Hohman si sentiva in colpa.

Amava profondamente la canzone “Carol of the bells”, non c’era alcun dubbio in proposito. E la cantava spesso perché, al contrario di altri brani natalizi, sentiva che la sua melodia era autentica, con una storia lunga e misteriosa da rispettare. Era così solenne e restava immediatamente impressa… Peter Wilhousky, che secondo quanto aveva letto aveva riadattato in inglese un vecchio canto ucraino, era riuscito a  scrivere un testo semplice e perfetto, che pian piano si caricava dell’attesa  tipica della notte della Vigilia,  per poi esplodere nel suono gioioso delle campane la mattina di Natale.

“Oh how they pound, raising the sound,
o’er hill and dale, telling their tale”

Si, ogni anno Minna Louise iniziava a canticchiare “Carol of the bells”  non appena l’aria cominciava a profumare di Natale.

E quando, appena qualche settimana prima, l’aveva intonata nello spogliatoio femminile della San Francis School,  Suor Maria Immacolata, l’insegnante di atletica,  l’aveva sentita per caso e le aveva detto che anche lei amava quella melodia, ma che le sarebbe piaciuta molto di più se le campane del canto avessero annunciato la nascita di Gesù.

Così Minna Louise, che di mestiere voleva fare la cantante ma ancora non lo aveva confidato a nessuno, aveva deciso di provare a scrivere un testo diverso per quelle note ripetute all’infinito, parole nuove, che celebrassero la nascita di un bambino destinato a salvare il mondo.

Dopotutto, se Peter Wilhousky aveva potuto utilizzare quell’antica melodia per la sua hit di Natale, perché non poteva farlo anche lei? Solo per gioco, beninteso. Anche perché Minna Louise sapeva che la sua famiglia non avrebbe mai potuto pagarle la scuola di musica, perciò doveva accontentarsi del coro della San Francis School, finché poteva. I suoi fratelli, quelli che erano sopravvissuti alla Guerra, lavoravano già tutti, così come le sue sorelle, quindi lei doveva ritenersi fortunata anche solo a potersi diplomare.

Per scrivere la nuova canzone, Minna Louise impiegò meno di tre giorni. Era stato bellissimo, perché l’aveva sentita risuonare nella testa come se ci fosse  stato qualcuno accanto a lei che gliela sussurrava all’orecchio. Sempre per gioco, l’aveva cantata a Suor Maria Immacolata e così era cominciato tutto quell’assurdo balletto, che l’aveva portata davanti a una porta rossa, ad aspettare, con indosso il tailleur di sua sorella maggiore Hetta che, tra l’altro, le stava  davvero enorme.

Le sue parole, infatti, erano piaciute così tanto a Suor Maria Immacolata, che le aveva fatte leggere a Suor Maria Lazzara, la quale le aveva passate a Suor Maria Adele, che infine ne aveva parlato con Padre Tommaso e Padre Tommaso con Padre Bernardo e Padre Bernardo… si, forse era lui che conosceva qualcuno alla All Saints Records.

“Ring, Christmas Bells, Sound far and near,
The birthday of Jesus is here”.

Così eccola lì, fuori dallo studio di registrazione, che aspettava di cantare la nuova versione di una canzone  che adorava fin da quando era bambina e di cui aveva depositato un testo nuovo di zecca la mattina precedente, nell’ufficio preposto, insieme a suo padre; forse lui, che per l’occasione l’aveva accompagnata indossando l’abito della domenica,  era ancor più stupefatto di sua figlia.

Alla All Saints Records, però, Minna Louise Hohman era voluta andare da sola. Si sentiva a disagio per tanti motivi,  ma si era anche fatta l’idea un po’ folle che quella sua canzone facesse parte di una musica più grande, a cui era stata chiamata a dare il suo contributo.

Un contributo per cui, forse, sarebbe stata ricordata… almeno così sperava.

***

Chicago, Vigilia di Natale 1990

Kevin McCallister aveva paura.

Sapeva che, se fosse tornato a casa, avrebbe dovuto affrontare quei furfanti da solo e di certo la sua bellissima casa sarebbe stata depredata e danneggiata irrimediabilmente dalla temibile banda del rubinetto.

Sospirò e rallentò il passo, stupito di essere arrivato fino alla Cattedrale.

La maestosa facciata era addobbata con piccole luci, le stesse che baluginavano sulle chiome degli alberi e delle siepi nel vialetto, e il Presepe, semplice e silente, sembrava come in attesa di animarsi. Dall’interno, Kevin sentì provenire un canto dolce e solenne e così, desideroso di un poco di conforto, decise di entrare. Attraversò la navata principale, osservando a bocca aperta gli archi a sesto acuto, slanciati e leggeri, e le statue dagli sguardi apparentemente severi, poi sedette ad ascoltare le prove del coro, che sia stavano svolgendo nella cappella poco lontano.

“Oh Holy Night!” cantavano le bambine e i bambini, suscitandogli una strana malinconia mista a rassegnazione. Avrebbe voluto sua madre lì, accanto a lui, invece era solo, completamente solo.

O forse…

Gli ci volle qualche minuto per vederlo, nella penombra poco lontano. Il signor Marley, intabarrato nel suo cappotto, si era appena alzato da un banco e si stava dirigendo a grandi passi verso di lui, con la solita terribile espressione arcigna stampata sul volto.

Kevin sapeva di dover scappare, perché suo fratello Buzz gli aveva raccontato che il loro anziano vicino di casa Marley aveva fatto a pezzi la sua famiglia con la stessa pala che usava per liberare il vialetto dalla neve; tuttavia non riuscì a muoversi e mentre l’uomo si avvicinava, sperò che il fatto di trovarsi dentro una chiesa gli avrebbe garantito la salvezza… almeno per  una manciata di minuti.

Marley lo fissò per qualche istante con i suoi occhi azzurri piccoli e scintillanti, poi il volto barbuto si contrasse in una strana smorfia che somigliava… ma si, somigliava a un sorriso!

-Buon Natale!- salutò.

Kevin era esterrefatto. La sua voce non era roca e spaventosa, ma profonda e simpatica! Che Buzz gli avesse mentito circa il vecchio signor Marley?

Bastarono pochi minuti perché l’uomo si dimostrasse per quello che era: un signore gentile, con una gran voglia di chiacchierare. Lo ascoltò  mentre gli raccontava di sentirsi solo, soprattutto nel periodo di Natale, perché purtroppo molti anni addietro aveva litigato con suo figlio e da allora tra i due, un po’ per orgoglio, un po’ per abitudine, si era come eretto un muro invalicabile. Il signor Marley si era recato ad assistere alle prove del coro di nascosto, per poter vedere e sentire cantare la sua nipotina, una graziosa bambina dai capelli rossi; gli piaceva ascoltare quei canti, ma allo stesso tempo gli provocava una fitta di tristezza al cuore.

Kevin rimase stupefatto, perché di certo non aveva niente in comune con il signor Marley, eppure aveva descritto esattamente il suo stato d’animo. Anche Kevin amava la sua famiglia, eppure aveva desiderato che sparisse per sempre… e così era accaduto, chissà come.

Dall’alto, o dal basso, dei suoi otto anni, consigliò al vecchio signor Marley di telefonare a suo figlio al più presto e di fare pace con lui.

In quel momento il coro intonò “Carol of the bells”.

“Herald the news, To old and young,
Tell it to all, In ev’ry tongue”.

Cosa aveva da perdere, dopotutto? Kevin avrebbe tanto voluto parlare con la sua famiglia, se solo avesse potuto! Il signor Marley sembrava ancora dubbioso, ma disse che avrebbe preso in considerazione il suggerimento e a Kevin quella piccola speranza bastò. Mentre le campane di Natale risuonavano nelle voci dei bambini, indossò cuffia e sciarpa, strinse la mano grande e calda del suo vicino di casa e uscì di corsa dalla Cattedrale, pronto a combattere.

Kevin McCallister avrebbe affrontato i furfanti che volevano compiere una rapina in casa sua: era rimasto solo, si, ma si sarebbe difeso ad ogni costo.

Nel suo cuore, le campane di Natale suonavano con un ritmo nuovo, quello del coraggio.

***

Cagliari, Vigilia di Capodanno 2020

-Quante volte lo hai visto quel film, Oksana? Non avevi promesso di fare un po’ di compiti stasera?-.

-Ma nonna, oggi è festa… e poi questo è il mio film di Natale preferito, lo sai!-.

Il pomeriggio prometteva pioggia e comunque, a causa di quell’odioso virus, nessuno dei bambini di tante etnie diverse che di solito si riuniva a giocare in Piazzetta Savoia sarebbe potuto uscire. Era vero, Oksana aveva promesso di fare i compiti, ma poi in tv era iniziato “Mamma ho perso l’aereo” e tutti i suoi piani di studentessa giudiziosa erano andati a farsi benedire.

-Oggi non è una vera festa per noi, lo sai no?- continuò nonna Olga, -Noi siamo ortodossi e festeggeremo nella notte tra il 13 e il 14 Gennaio-.

Oksana lo sapeva fin troppo bene, ma non si trattenne dall’alzare gli occhi al cielo.

-Oksana Petrenko!- la rimproverò sua nonna, -Cosa significa quella smorfia?-.

La ragazzina si alzò dalla tavola, dove aveva sparso quaderni e libri di matematica, e corse ad abbracciare sua nonna.

-Ah, tu sei furba Oksana! Come una volpe… e come tuo padre!- rise quella, incapace di resistere al solletico.

-Scusami… e che sono stufa di stare a casa. Vorrei vedere i miei amici…- si lamentò lei, -… e poi questo è davvero uno dei miei film preferiti!-.

Nonna Olga scosse la testa in segno di disapprovazione: -Lo studio deve essere il primo pensiero. Sai quanto ci tengono i tuoi genitori-.

-Si si…- sospirò Oksana.

-E poi, se non hai voglia di studiare, potresti aiutarmi a preparare la zuppa borsch per la cena di stasera!-; la donna afferrò dal lavandino una barbabietola e la brandì verso Oksana come una spada: -Ci sono tutte le verdure da pelare!-.

Al pensiero di quella orrenda brodaglia fucsia, che presto avrebbe impestato tutto il quartiere della Marina con i suoi effluvi, Oksana rimpianse per un attimo che la sua famiglia avesse origini ucraine; per fortuna, sbirciando nel frigorifero, aveva visto anche i vareniki, i ravioli di patate e funghi che adorava.

-Tu, non fare quella faccia!- la rimproverò ancora la nonna, – La zuppa di verdure fa molto bene all’organismo!-.

Oksana scoppiò a ridere: -Forse al tuo organismo! E comunque… posso finire di vedere il film?- chiese, spalancando gli occhioni verdi e sfoderando un sorriso falsissimo.

Stavolta fu nonna Olga a ridere: – E va bene, va bene…- si arrese, – … ma mi spieghi perché la storia di quella peste di bambino ti piace così tanto?-.

-Dunque…- tergiversò Oksana presa un po’ alla sprovvista, -…innanzitutto mi fa ridere! E poi… non so, secondo me ci sono delle parti del film che hanno dentro il vero spirito del Natale-.

La nonna la guardò un po’ stranita.

-Prendi l’ultima scena, quella che hanno dato prima della pubblicità- spiegò la ragazzina,

-In chiesa Kevin capisce di voler bene alla sua famiglia e fa amicizia con quel signore un po’ burbero… e poi quei canti, l’ultimo in particolare… è così bello! Mi fa proprio pensare al Natale!-.

Nonna Olga lanciò la barbabietola nel lavandino, si asciugò le mani sul grembiule e raddrizzò la schiena; poi assunse un’espressione lieta e assorta allo stesso tempo e cominciò a cantare in una lingua incomprensibile per Oksana.

“Shchedryk shchedryk, shchedrivochka”

Per qualche istante la ragazzina pensò che sua nonna fosse impazzita, ma più il canto andava avanti, più somigliava a quello del film. La melodia si ripeteva sempre uguale e le parole, uno scioglilingua che suonava quasi come una formula magica, riempirono la cucina.

Quando smise di cantare, nonna Olga sembrava quasi commossa.

-Grazie, Oksana. Tu mi hai fatto ricordare- disse sorridendo, -Sai che la canzone che ti piace tanto viene dalla nostra terra?-.

-La canzone delle campane di Natale? Quando Kevin esce dalla chiesa e corre a casa?- chiese lei incredula.

Nonna Olga annuì: -La zuppa di barbabietola può aspettare- annunciò,  -Perché adesso voglio raccontarti la storia di una canzone. Parla di una rondinella, sai? E ora che mi ci fai pensare, è proprio la canzone giusta per la sera di Capodanno!-.

Fine

E che un gioioso Natale sia!

Con un pochino di ritardo, si, ma spero siano graditi.

I miei auguri vi arrivano attraverso la cartolina di Natale realizzata insieme a mia sorella Stefania ➡️ Stefania Costa art per il progetto Colla Novella.

Se vi fa piacere scoprire di cosa si tratta, vi lascio il link alla pagina Instagram ➡️ Colla Novella, dove potrete visitare un colorato mondo fatto di carta e popolato di personaggi che raccontano piccole storie.

Stefania realizza i collage, io scrivo i testi… e oggi, come detto, condivido qui su Storielline la Dama d’Inverno e la sua piccola filastrocca, nella speranza che risvegli ricordi di Natali sereni e giocosi.

***

A nord di ogni tempo,
mi risveglio per prima tra le Dame d’Inverno.
In me batte cuore di stella: esplode al solstizio,
annunciando tonante l’inizio del viaggio.
Mi accompagna Piccolo Gelo,
amico fidato e principe burlone,
e mi guida fin lassù, sulle vette maestose.
Insieme cogliamo cristalli fluttuanti,
son lucciole di diamante, doni antichi e sonanti,
storie preziose, ammantate di canti.
Prima che il buon vecchio Babbo solchi i cieli, splendente,
spargiamo nell’aria questi bagliori:
non ci spaventano sorrisi celati,
ancor meno animi indaffarati.
Così, piano piano, risvegliamo ricordi
di nonne gentili e biscotti fragranti,
di nonni giocosi e bevande fumanti.
Di mamme, papà e amici premurosi,
e di carezze, che pensieri meravigliosi!
Per la Vigilia del Natale presente,
indosso una veste ricca e sgargiante,
cucita tutta di carta frusciante.
E cosa sono quei nastri annodati?
Ma sono i decori dei Natali passati!
Non dimenticare i giochi attesi e sognati,
o le calze e i maglioni, non sempre desiderati.
Perché in questo sta la magia:
la speranza e l’attesa che un gioioso Natale sia!

Di felicità e biglietti

– Scusa… mi daresti un consiglio? -.
Una richiesta timida, dubbiosa. L’ho sentita appena, nel trambusto della corsa al regalo. Due anziane sorelle, in particolare, battibeccavano su una tovaglia da infliggere a chissà chi, con una potenza di fuoco vocale capace di annichilire il buon vecchio Dean Martin. Sarebbe riuscito a tornare a casa per Natale? Non lo avrei mai saputo.
Eppure l’ho sentita, lei, esile ed elegante, che mi chiamava col tono di chi non vorrebbe disturbare, ma ha assoluto bisogno di farlo.
All’epoca ero una liceale in fissa per i Cranberries e chissà che stavo cercando in quel negozio. Forse sceglievo una carta da regalo tra le tante esposte e, all’improvviso, mi sono sentita chiamare fuori dalle mie elucubrazioni.
– Ecco, devo comprare un biglietto d’auguri e non so quale scegliere tra questi due…-.
Devo averci messo qualche secondo a elaborare la mia prima impressione. Capelli lisci e lunghi, biondo scuro, cappotto cammello, borsa nera, anzi, cartella… si, doveva essere una giovane professionista al suo primo impiego.
Istintivamente la percepii come una persona molto dolce, forse per quel suo sussurrare morbido, gentile.
Ho guardato i biglietti d’auguri, ma oggi, a distanza di anni, non ricordo quali disegni li decorassero. Entrambi, però, mi sembravano belli.
– A essere sincera mi piacciono tutti e due – risposi, – Probabilmente dipende anche dal destinatario…-. Non ho avuto il tempo di chiedermi se, per caso, non fossi sembrata indiscreta, perché lei si affrettò a raccontare.
– È per un ragazzo…-.
Pausa.
– Il mio ragazzo -.
Il viso, intanto, le era diventato porpora.
– Sai, stiamo insieme da poco tempo e ci tengo a scegliere un biglietto davvero bello per scrivergli…-.
Altra pausa – sospiro – pausa.
– Per scrivergli gli auguri -.
Non so che cosa dissi, ma di certo sono arrossita pure io, chissà perché. I dettagli sul destinatario mi orientarono a un consiglio che verteva sui toni del blu e dell’argento, ricordo solo questo. Ciò che ho pensato durante la conversazione, invece, lo ricordo molto bene: quella esile, quasi eterea giovane donna emanava felicità, pura e semplice. Emozione, forza, un pizzico di coraggio capace di infrangere i comportamenti consueti.
Se dovessi maldestramente disegnare questa scena, sarebbe un bozzetto tratteggiato con pochi colori, la voce cavernosa di Dean Martin a fare da colonna sonora alla scoperta che felicità e leggerezza le puoi vedere “fisicamente”, multiformi e poetiche, trasparire da una giovane donna innamorata, per esempio, nel bel mezzo di una caotica e cacofonica corsa al regalo.
Mi ringraziò del consiglio e disse che anche lei, in fondo, preferiva il biglietto che le avevo suggerito. Mi ringrazio ancora e ancora, come se l’avessi aiutata in un’impresa davvero titanica. Oggi mi è tornato in mente questo incontro, mentre passeggiavo tra le corsie semivuote di un grande negozio, era l’ora di pranzo e c’era un silenzio strano attutito dalla moquette.
È un bel ricordo, da tenere stretto. Ovviamente non so com’è finita quella storia d’amore e, dopotutto, non è importante. Più importante, per me, è ricordare la potenza di una felicità folle, la cura e l’attenzione riposte in gesti semplici, che raccontano storie complicate. D’amore e molto altro.

Bagliori

Negli ultimi giorni la città è stata battuta quasi incessantemente da vento e pioggia, eppure le trame del tessuto urbano, piano piano, si sono impreziosite di piccole luci.
A pensarci bene, il baluginio ha sempre rappresentato uno degli aspetti più affascinanti del Natale per me, fin da quando ero bambina. Allora trascorrevo serate intere a giocare appollaiata sotto l’alberello addobbato, che era abitato da personaggi strani e pestiferi, tutti impegnati a prepararsi per la grande festa che si sarebbe tenuta la notte della Vigilia.
Il gioco iniziava sempre dopo i compiti, al calar del sole, quando le lucine accese tra le fronde plasticose proiettavano ombre misteriose tutto intorno.
Oggi imperversano, nei fili tesi tra i lampioni delle strade così come in quelli che si aggrovigliano tra i rami degli abeti casalinghi, i led: niente a che spartire con le vecchie luci anni ’70, in cui la lampadina poteva essere l’anima di un babbino barbuto col naso rosso o di un angioletto con le parvenze di un piccolo ussaro.
Tante storie si consumavano tra quei bagliori intermittenti e iniziavano sempre con un fendente luminoso che rischiarava il buio, segnando la fine di un giorno che sentivo ormai vecchio e l’inizio di una nuova avventura, per me e per quel piccolo mondo che brulicava di vita, nell’abete finto della mia infanzia.
Perché la luce, che provenga dalla cima di una candela consumata, da un decoro vintage o da un modernissimo led a risparmio energetico, è sempre, in potenza, una piccola alba: racchiude la speranza di qualcosa di nuovo, che nasce emergendo dal nero, quello spaventoso di una fine o quello liberatorio di una storia ormai compiuta che deve sbocciare in qualcosa d’altro.
Per questo motivo ho sperato che anche quest’anno, nel viale alberato in cui si affacciano le finestre di casa mia, tra le fronte delle jacarande emergessero i bagliori dei led. Me li hanno fatti sospirare: ho visto la città riempirsi di luci nei giorni scorsi e stavo quasi perdendo le speranze, invece stasera, tra vento e pioggia, gli operai hanno compiuto un piccolo miracolo.
Proprio alla vigilia di Santa Lucia.
So che nella mia Savona non si potrà festeggiare com’è consuetudine domani, così come, immagino, nella Sicilia del mio nonno paterno.
Le luci, però, possono essere accese. Credo che quest’anno siano ancora più preziose, necessarie a inghiottire il buio subdolo di un tempo pieno di trappole.
E allora speriamo. Che quei bagliori, tra le fronde, raccontino l’inizio di nuove storie.

Strategie

Ci siamo. Le festività di fine e inizio anno si prefigurano nella mente di tutti noi, ingrigite dai divieti e dalle preoccupazioni.
Abbiamo già perso tanto. Tempo, soprattutto. E in questo Natale, oltre il dispiacere, si affacciano rabbia e un pizzico di rassegnazione.
Eppure… una strategia per superare un tale miscuglio di stati d’animo ci tocca trovarla, altrimenti rischieremmo di smarrire anche ciò che di buono e bello, qualunque cosa significhino per ciascuno questi aggettivi, il periodo natalizio porta con sé.
Amplifica tutto, il Natale. Fa “sentire” più forte. La gioia e la meraviglia, il dolore e la nostalgia. In questo senso, ti fa vibrare dentro la vita, come a dire, lì c’è la vetta, lì, invece, l’abisso. Sei strappato tra questi estremi, spesso, oppure li abiti entrambi… comunque, sei vivo.
Questo, però, accade sempre. Si rivendica il diritto a un Natale tradizionale”, ma non è mai lo stesso Natale… arriva e tu ci devi fare i conti. Alcuni “Natali” sono migliori di altri, alcuni più spensierati, altri meno… alcuni li vorresti dimenticare o non avresti voluto arrivassero, per evitare il vuoto.
Ma è un bene che ci siano stati. Eccome. Ci sono stati anche durante le Guerre, che spesso sono evocate come un paragone a questo lungo periodo di pandemia, il virus additato a nemico da battere. Non amo l’accostamento, ma se dovessi scegliere, di quei momenti storici recupererei i sentimenti e le parole legate alla fratellanza, alla speranza, alla vita che, nonostante tutto il dolore, va avanti.
Nella pandemia, in fondo, siamo insieme.
E allora, in questa fine di 2020, io rivendico il diritto alla meraviglia un po’ sciocca delle feste, che mi ricorda quando ero bambina. Voglio le luci intermittenti, che vedo baluginare dalle finestre del palazzo davanti al mio, nelle ore notturne del coprifuoco. Voglio Bing Crosby e Michael Bublè che “croonereggiano” dalla radio e voglio scoprire una nuova versione di Carol of bells, perché questa canzone ha una storia pazzesca, un giorno devo raccontarla! Voglio preoccuparmi, oltre che di tutto il resto, di trovare la sapa per fare i pabassinos e sorridere quando passo davanti alla Rinascente rivestita di luce, la Lorella folgorata sulla via Roma di Cagliari.
Scherzo, ovviamente. Sono arrabbiata anch’io, come tutti, per la situazione.
Ma spero di trovare la mia strategia per questo Natale. Vorrei fosse fatta di condivisione, si, nonostante tutto condivisione, di belle storie, di musica e parole. Proverò a trovare quelle giuste, di parole, da regalare. Nel pacchetto ci metto anche qualche pabassinu, promesso!

Dettaglio di un disegno di J.R.R. Tolkien, tratto da Letters from Father Christmas